Indice

  

Capitolo 1

> 1.2

> 1.3

  

Capitolo 2

> 2.1

> 2.2

> 2.3

  

Capitolo 3

> 3.1

> 3.2

> 3.3

  

Capitolo 4

> 4.1

> 4.2

> 4.3

> 4.4

> 4.5

>> 4.5.1

>> 4.5.2

>> 4.5.3

>> 4.5.4

>> 4.5.5

>> 4.5.6
>> 4.5.7

  

Capitolo 5

   

Capitolo 6

> 6.1

> 6.2

> 6.3

> 6.4

> 6.5

> 6.6

>> 6.6.1

>> 6.6.2

>> 6.6.3

>> 6.6.4

>> 6.6.5

>> 6.6.6

>> 6.6.7

>> 6.6.8

>> 6.6.9

>> 6.6.10

>> 6.6.11

>> 6.6.12

>> 6.6.13

>> 6.6.14

  

Capitolo 7

  

Capitolo 8

  

  

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4.5 Rifiuti urbani pericolosi

  

I rifiuti urbani pericolosi - anche noti per mezzo dell'acronimo R.U.P. - sono quella frazione di rifiuto solido urbano che, per sue caratteristiche intrinseche, ha un livello di pericolosità per la salute dell'uomo e dell'ambiente più pronunciato rispetto alle altre frazioni merceologiche che lo accompagnano.

Sotto la definizione di R.U.P. rientrano diversi tipi di sostanze, materiali e manufatti estremamente eterogenei ma accomunati da quelle caratteristiche di pericolosità dovute alla composizione o alle sostanze che li costituiscono.

Tra i rifiuti urbani pericolosi si annoverano le sostanze classificate T e/o F (tossiche e/o infiammabili) e relativi contenitori, le pile e le batterie, i farmaci scaduti, le lampade a fluorescenza e i tubi catodici.

In particolare, si noti come le categorie sopra elencate siano caratterizzate da contenuti elevati di metalli pesanti e di sostanze organiche, alogenate o meno, ma comunque considerate pericolose per l'uomo e l'ambiente.

Si procede ora a una speditiva descrizione qualitativa delle diverse categorie di rifiuti urbani pericolosi e a una previsione di massima sulle quantità previste.

  

     

4.5.1  Sostanze domestiche tossiche ed infiammabili (T / F)

 

Una fonte di contaminazione per l’ambiente è rappresentata dalle sostanze tossico-nocive o infiammabili di uso domestico e dai relativi contenitori; tali sostanze comprendono vernici, diluenti, solventi, pesticidi, collanti e materiali infiammabili.

E’ quindi evidente che la presenza di questa frazione nei rifiuti da inviare al trattamento finale di smaltimento è molto pericolosa.

La produzione pro-capite media europea è situata attorno a 0,10 Kg / abitante anno, per cui ci si aspettano circa 25 - 30 t / anno da smaltire.

Le sostanze di questa categoria oltre ad essere pericolose singolarmente, possono causare rilevanti danni una volta che quelle reciprocamente incompatibili vengano a contatto; il loro conferimento in contenitori fissi incustoditi è quindi sconsigliabile in quanto reazioni pericolose ed incontrollate possono avvenire una volta che diverse specie siano conferite nel medesimo ricettacolo.

La tabella di seguito riportata elenca alcuni tipi di rifiuto T / F, con la provenienza e la relativa tipologia.

 

Clicca per visualizzare Tab. 4.5.5 - tipologia e provenienza dei rifiuti T e/o F

 

Lo smaltimento finale di tale tipologia di rifiuto viene di norma effettuato tramite termodistruzione condotta con appropriate apparecchiature e modalità operative.

  

  

4.5.2 Tubi catodici e ingombranti

 

I rifiuti ingombranti rappresentano mediamente circa il 6-8% del totale dei R.S.U. prodotti.

La materia è perciò limitata a enunciazioni di principio quali quelle contenute nel D.Lgs. 22/97, Art. 44, che inserisce i rifiuti ingombranti come i frigoriferi o frigocongelatori e simili, nonché televisori e computer, tra i beni durevoli a vita operativa esaurita, oggetti di raccolta differenziata finalizzata a valorizzare i rifiuti mediante il recupero delle materie finali. Pere la verità, lo stesso D.Lgs. prevede accordi di programma tra le imprese produttrici dei beni, i distributori e gli smaltitori, promossi dai Ministeri dell’Ambiente e dell’Industria. Si resta al momento però ancora in attesa delle ulteriori necessarie definizioni al riguardo.

Risulta abbastanza difficile effettuare una classificazione merceologica dei rifiuti ingombranti: un aiuto in tal senso può venire dalle recenti esperienze di gestione delle discariche (dove per la quasi totalità finiscono questi residui) e da osservazioni dirette.

In base a tali informazioni si può affermare che i rifiuti ingombranti sono per lo più costituiti da elementi in legno (mobili, parti di arredamento, pallets), in metallo (cucine, frigoriferi, reti metalliche,...), da latte, imballaggi in plastica e cartone, da elementi in ceramica (lavabi, apparecchi sanitari,...) e, in minor misura, da altro (materassi).

Come si evince, il grande volume di questi rifiuti crea seri problemi di gestione degli scarichi controllati in cui sono recapitati, riducendone pesantemente la vita funzionale. E’ perciò necessaria la realizzazione di un centro di trattamento dei rifiuti ingombranti, finalizzato a massimizzare i recuperi delle risorse ancora contenute nei rifiuti, limitando la messa a dimora a discarica per una ridotta frazione di essi non riciclabile.

 

Caratteristiche quali-quantitative

Il centro di trattamento potrà essere  dimensionato per le esigenze del bacino di utenza di livello provinciale, ovvero per 10.000 t/anno di residui con esclusione dei frigoriferi - frigocongelatori, per lo smaltimento dei quali si richiede una peculiare tecnologia e che comunque può essere applicata in questo caso, con una integrazione modulare.

Si è già detto della difficoltà di definire una composizione merceologica dei rifiuti ingombranti, data la loro notevole eterogeneità di provenienza e natura.

E’ perciò essenziale individuare alcune tipologie di rifiuti, che presentino caratteristiche omogenee e che verranno pertanto tenute separate e trattate in tempi diversi, al fine di ottimizzare le rese dei recuperi.

E’ evidente che i pallet saranno composti quasi esclusivamente da legno, mentre i mobili, oltre a legno e derivati, contengono anche plastiche e metalli.

Più varia è la composizione degli elettrodomestici.

La macchina lavastoviglie, di cui si può stimare un rifiuto residuo di circa 5.000 pezzi/anno per un peso di 250 ton, ha la seguente composizione, in peso:

 

- metalli

- plastiche

- componenti elettronici

- isolanti

- elastomeri

- altri

55

10

12

14

1

  8  

%

%

%

%

%

%

 

Quasi totalmente metallici sono invece gli scaldabagni (circa 3.000 pezzi/anno residuati) e le caldaie domestiche (circa 500 pezzi/anno). Pure a prevalente matrice metallica sono le cucine (circa 3.000 pezzi/anno residuati).

Una categoria a sé è rappresentata dai televisori, caratterizzati da un certo grado di pericolosità per la presenza del tubo catodico.

Di questi apparecchi se ne stima un rigetto di circa 100 t / anno, aventi una composizione ponderale di:

     

- tubo catodico

- materie plastiche

- metalli

- componenti elettronici e cavi

- isolante

- altro

70,0

21,0

1,3

5,7

1,2

0,8

%

%

%

%

%

%

 

A sua volta il tubo catodico ha la seguente costituzione:

 

- vetro

- ferro

- rame

- plastiche

88,3

10,3

0,8

  0,6  

%

%

%

 %

In definitiva, e aggiungendo altri rifiuti ingombranti già citati quali materassi, moquette, fusti e latte, il centro dovrebbe essere dimensionato per recepire un totale di 5000 t/anno di residui, da smaltire operando 250 giorni/anno in 8h/giorno.

  

    

4.5.3 Macchine frigorigene

 E’ noto il problema che i rifiuti ingombranti presentano in ordine alla loro raccolta, trasporto e smaltimento, soprattutto se questo avviene in discarica controllata. Tra gli ingombranti, vi è una categoria di rifiuti particolarmente problematica: quella costituita dai frigoriferi, frigocongelatori e surgelatori, nonché condizionatori d’aria.

Questi, infatti, non possono essere demoliti come la maggior parte degli altri ingombranti, data la varietà dei materiali che li compongono, alcuni anche abbastanza pericolosi, se diffusi nell’ambiente. Ci si riferisce particolarmente ai clorofluorocarburi presenti fino al 1993 nei circuiti frigoriferi degli apparecchi in commercio e oggi banditi a causa del danno che provocano nella barriera di ozono protettrice della nostra atmosfera.

E’ evidente, tuttavia, che gli apparecchi oggi gettati tra i rifiuti sono quelli realizzati in passato impiegando questi fluidi e, dal momento che la vita media di un apparecchio è di circa 7-10 anni, il problema del loro smaltimento durerà ancora diverso tempo.

Anche da un punto di vista dimensionale, la questione è tutt’altro che trascurabile, considerando che in Italia (dato del 1993) sono stati venduti oltre 2 milioni di queste unità, suddivise in 1.620.000 frigoriferi e 385.000 frigocongelatori, per la quasi totalità in sostituzione di pezzi mandati a rifiuto.

Per il loro smaltimento si rende necessaria una tecnologia valida, sicura ed in condizioni di perfetto controllo dell’ambiente e col recupero completo dei materiali costituenti sia solidi che liquidi che gassosi.

Indipendentemente dai soggetti realizzatori (che, come già riferito, possono essere individuati dagli accordi di programma previsti dall’Art. 44 del D.Lgs. 22/97, atti a definire i progetti di ritiro da parte dei rivenditori autorizzati dei beni durevoli, al termine del ciclo di utilità, ai fini del riutilizzo, del riciclaggio e del recupero di materia prima, nonché dello smaltimento di quanto non ricuperabile) gli impianti di raccolta e smaltimento di questi residui dovranno soddisfare alcuni requisiti tecnologici.

Nel seguito si illustra il centro di raccolta e smaltimento degli apparecchi, proposto per il bacino di utenza di dimensioni provinciali, che rappresenta l’ambito ottimale in termini di economia di scala.

 

Dati di produzione

In ambito provinciale si può stimare la vendita, e quindi il ricambio, di circa 8.000 pezzi all’anno, tra frigoriferi e frigocongelatori.

Il dato previsionale si aggirerà perciò attorno a un quantitativo di 15.000 pezzi/anno.

Gli apparecchi che si residuano sono caratterizzati, almeno quelli di costruzione precedente al 1994, dall’essere inquinati dalla presenza di CFC 11 e 12 all’interno del circuito refrigerante o comunque nella plastica isolante che li ha assorbiti.

Questi gas, se liberati in atmosfera generano rischi gravi di riduzione dello strato di ozono che protegge l’atmosfera terrestre dai raggi ultravioletti.

Per questo la Direttiva CEE 88/540 afferma la necessità di interrompere la produzione ed il consumo di tali sostanze e la legge 28.12.93 n° 549 ne vieta l’impiego nei frigocongelatori e nei condizionatori d’aria di nuova costruzione.

Questi apparecchi mediamente contengono:

 

lamiera di ferro

35,0

%

plastica e schiuma di poliuretano

21,0

%

Alluminio

9,0

%

metalli costituenti il compressore e lo scambiatore di calore

26,0

%

Rame

1,0

%

olio di raffreddamento

1,0

%

Freon (CFC) 11 e 12

1,5

%

 

Essi devono perciò essere trattati in modo da non disperdere nell’ambiente questi ultimi composti nocivi e vengono perciò collettati e trasportati con cura, stoccati temporaneamente in modo opportuno e controllato e disassemblati uno ad uno recuperando il fluido frigorifero e le parti riciclabili separate da quelle da smaltire.

  

  

4.5.4 Farmaci scaduti

 

I principi attivi contenuti nei farmaci sono spesso delle complesse molecole organiche la cui incontrollata immissione nell’ambiente porta a conseguenze difficilmente prevedibili; queste sostanze possono infatti combinarsi tra loro o con sostanze diverse, o degradarsi fino a originare sostanze ecotossiche.

Infatti, la parte realmente pericolosa di un preparato farmaceutico è quella del principio attivo; nonostante il fatto che la maggior frazione in massa di un preparato farmaceutico sia costituita da coloranti, additivi ed eccipienti vari - sostanze il più delle volte non ecotossiche, il principio attivo è una molecola creata per interagire con i processi biochimici anche a basse concentrazioni.

Da queste considerazioni nasce l’esigenza di una raccolta differenziata dedicata ai farmaci, e di un loro appropriato smaltimento.

Sulla base di campagne di indagine, di differenti situazioni in essere in varie zone del territorio nazionale e degli studi di caratterizzazione del Territorio esposti al Capitolo 2, si può quantificare la produzione pro-capite di farmaci scaduti intorno al valore di 100 grammi all’anno.

Ci si attende pertanto un quantitativo di circa 30 tonnellate annue suddivise su tutta il Territorio di Benevento.

  

  

4.5.5 Pile, accumulatori e batterie

   

Le pile e gli accumulatori sono catalogati dalla normativa vigente come rifiuti pericolosi in quanto contenenti diversi metalli pesanti tra cui Mercurio, Cadmio, Nichel e Piombo (vedi rifiuti di cui ai codici C.E.R. 160601, 160602, 160603 contenuti nell’Allegato D al D.Lgs. n° 22/97 che definisce i rifiuti pericolosi). Il diverso grado di pericolosità dei singoli tipi di pila dipende dai quantitativi di metallo che contengono.

I metalli pesanti contenuti nelle pile e negli accumulatori sono infatti in grado di contaminare i diversi comparti ambientali anche a valle di trattamenti di smaltimento finale, come la termodistruzione, il compostaggio o la messa a dimora in discarica, ed è quindi necessario provvedere ad una separazione a monte.

Un mix di pile miste (primarie ed accumulatori ricaricabili) dà infatti mediamente presenza di metalli pesanti dei seguenti ordini percentuali:

 

Manganese (Mn)

22

%

Ferro (Fe)

18 

%

Zinco (Zn)

13,5

%

Mercurio (Hg)

0,2

%

Cadmio (Cd)

0,02

%

 

Come si vede, si tratta di concentrazioni molto elevate, che generano carichi ambientali estremamente alti quando, ad esempio, vengono sparsi sul terreno, se si ricorda che già tenori di Cd o Hg pari a 0,8 grammi per chilogrammo di terreno sono intollerabili per la salute dell’ambiente.

Le pile ed accumulatori più comunemente usati e quindi ritrovabili prima o poi come rifiuti appartengono alle categorie elencate nella tabella seguente:

 

 

Clicca per visualizzare Tab. 4.5.6 - tipi di batterie e pile in commercio

 

Fino a pochissimi anni fa, i contenuti di Hg e Cd nei diversi tipi di pile e accumulatori rispondevano alle seguenti dosi:

 

 Hg % 

Cd %

Zinco/Carbone 

0,01

0,015

Alcalino/Manganese

0,3-0,8

0

Ossido di Mercurio

33

-

Ossido di Argento

0,5

-

Zinco/Aria

1

-

Litio/Manganese

0

0

Nickel/Cadmio

-

11-15

 

Poi, sulla spinta degli ambientalisti, sono stati richiesti impegni precisi ai produttori di ridurre progressivamente queste concentrazioni e di proporre nuovi prodotti meno inquinanti.

Così, ad esempio, il Mercurio nelle pile alcaline al Manganese è stato ridotto allo 0,15 % a partire dal 1990, ed oggi pile dello stesso tipo contenenti più dello 0,025 % di Hg non possono più essere commercializzate in numerosi Paesi. Le batterie a bottone Zinco/ossido di Mercurio, usate soprattutto negli apparecchi acustici, sono sostituite da un nuovo tipo di prodotto senza Hg, e recentemente è nata anche la cosiddetta “pila verde”, priva assolutamente di Cd e Hg. In termini più generali, si sono posti vincoli alla commercializzazione delle pile e accumulatori, sui quali si devono apporre appositi marchi con l’indicazione dei metalli pesanti contenuti, nonché indicazioni sulle modalità della raccolta selettiva, per un loro riciclaggio ovvero smaltimento.

Diverso, in quanto meglio definito nei termini, è il problema delle batterie al Piombo esauste. Per la loro gestione è stato istituito il “Consorzio Nazionale delle batterie al piombo esauste e dei rifiuti piombosi” (COBAT) con l’art. 9 quinquies della legge n° 475/88 (non abrogato dal D.Lgs. n° 22/97), che ha stabilito l’obbligo della raccolta e dello smaltimento di questi rifiuti mediante riciclaggio. Al Consorzio sono stati attribuiti i compiti di raccolta e stoccaggio dei residui e della loro cessione agli smaltitori per riciclaggio. Il Consorzio, il cui statuto è stato approvato il 16.05.90, è finanziato tramite un sovrapprezzo di vendita sulle batterie.

A fronte delle analisi svolte sul territorio e delle statistiche pubblicate in differenti ambiti italiani e della Comunità Europea, si può prevedere per la Provincia di Benevento un quantitativo annuo da smaltire di circa 20-25 tonnellate.

Analogamente si prevede una raccolta delle batterie per automezzi effettuata presso le officine, gli elettrauto e le rivendite di accessori per automezzi.

Considerando il parco mezzi circolante del Territorio, una vita media di una batteria pari a sei anni ed un peso unitario di circa 20 Kg, si prevedono circa 450 tonnellate annue da smaltire in apposito impianto.

   

 

4.5.6 Rifiuti ospedalieri

  

Natura, provenienza e quantità dei rifiuti ospedalieri.

L’esercizio dei vari servizi sanitari, ospedalieri e relativi reparti, cliniche, case di cura e servizi ausiliari, può produrre diverse categorie di rifiuto.

Dalle indagini svolte presso numerosi ospedali ed istituiti di cura, sia pubblici che privati, si può ritenere, per quanto riguarda la provenienza di tali tipi di rifiuto, che circa il 55 % dei rifiuti provenga dalle varie divisioni di cura, il 25 % dai servizi amministrativi e tecnici ed il 15 % circa dalle cucine.

La rimanente frazione percentuale, 5 % circa, è il quantitativo proveniente dai laboratori e dai centri radiologici.

Del quantitativo totale dei rifiuti circa il 75 - 85 % è la percentuale di rifiuti che possono essere classificati assimilabili agli urbani, mentre il rimanente 15 - 25% è costituito da rifiuti speciali, tossici e nocivi, radioattivi.

I dati di produzione specifica di rifiuti speciali ospedalieri sono piuttosto incerti e variabili. Molti studi sono effettuati ed hanno dato a questo proposito una produzione teorica giornaliera di rifiuti totali variabile in un intervallo piuttosto ampio.

Per ovviare a questa incertezza sui dati teorici, è stata eseguita un’indagine sulla produzione di rifiuti ospedalieri della Provincia. Le strutture coinvolte dall’indagine sono state quelle tenute all’osservanza delle Leggi sullo smaltimento dei rifiuti infetti o potenzialmente infetti: ospedali, case di cura, poliambulatori e laboratori di analisi.

In generale, le strutture sanitarie sono fonte di produzione di numerose tipologie di rifiuti che riflettono le svariate articolazioni e la complessità dell’organizzazione dell’attività di tali strutture.

L’esempio degli ospedali, quali più rilevanti rappresentanti tra le strutture sanitarie, è particolarmente significativo. Oltre ai rifiuti tipicamente legati all’ambito terapeutico, vengono infatti prodotti rifiuti che sono tipici della ristorazione, dell’attività dell’ufficio, dell’edilizia, del giardinaggio, ecc..

Il Decreto del Ministero dell’Ambiente del 25 maggio 1989 classifica le tipologie possibili che sono prodotte nelle strutture sanitarie, e le identifica nelle seguenti categorie, ognuna delle quali dovrebbe essere rigorosamente oggetto di indagine quali-quantitativa:

 

Clicca per visualizzare Tab. Categorie rifiuti

 

Dati di produzione

 La valutazione delle quantità di rifiuti sanitari prodotti da una struttura sanitaria risulta particolarmente complessa a causa della notevole variabilità dovuta alle differenti specializzazioni cliniche esistenti, alle diverse tipologie di cure che vengono prestate, ma anche alla differente dimensione delle strutture stesse e ad altri parametri ancora. Per quanto riguarda le strutture provviste di posti letto (ospedali e case di cura), il metodo più semplice per affrontare il problema, pur con i limiti che comporta, appare quello di ricondurre i valori di produzione di rifiuti all’unità di posto letto occupato.

Nel caso di istituzioni provviste di posti letto (ospedali e case di cura), le produzioni di rifiuti sono presentate in termini di Kg/giorno per posto letto occupato.

I dati relativi alle differenti categorie di rifiuti, riuniti per grandi raggruppamenti riferiti alle strutture con posti letto, vengono illustrati nella tabella 4.5.7.

In particolare, in tale tabella, le produzioni di rifiuti per posto letto occupato sono state calcolate come indice riferito alle strutture suddivise per grandezza: da 1 a 100 posti letto occupati, da 101 a 300 posti letto occupati, da 301 a 500 posti letto occupati e strutture con più di 500 posti letto occupati.

  

Clicca per visualizzare Tab. 4.5.7 - produzione specifica di rifiuti sanitari  

     

  L’esame della tabella, mette in rilievo innanzitutto il fatto che nel caso di tutte le grandi categorie di rifiuti e, pertanto, anche per il valore totale dei rifiuti sanitari, i quantitativi di produzione per posto letto occupato crescono in genere all’aumentare della dimensione della struttura.

Nello specifico dalla tabella risulta che l’indice medio di produzione di rifiuto totale di provenienza da attività sanitarie per posto letto derivante dalle strutture sanitarie nel loro complesso, è di 5,7 Kg / giorno / posto letto.

In particolare, le strutture più piccole (da 1 a 100 posti letto occupati) producono rifiuti sanitari per 1,90 Kg / giorno / posto letto; le strutture con posti letto da 101 a 300 producono 3,69 Kg / g / posto letto; le strutture con posti letto occupati da 301 a 500 producono 4,99 Kg / g / posto letto e infine le strutture più grandi (più di 500 posti letto occupati) producono 8,58 Kg / g posto letto occupato.

Più importante è il dato che riguarda la produzione di rifiuti infetti o potenzialmente infetti, da considerarsi rifiuti speciali, il cui indice medio, calcolato per tutte le strutture, risulta essere pari a 0,94 Kg / g per posto letto occupato. Calcolando l’indice per strutture con grandezza crescente, i valori risultano essere: 0,42 Kg / g nelle strutture con 1 - 100 posti letto occupati; 0,54 Kg / g nelle strutture con posti letto occupati da 101 a 300; 1,25 Kg / g nelle strutture con posti letto occupati da 301 a 500 e 1,56 Kg/g nelle strutture più di 500 posti letto occupati.  

Raccolta differenziata dei rifiuti sanitari

Obiettivo della raccolta differenziata, è la riduzione della quantità dei rifiuti attraverso il recupero di alcune loro frazioni.

Nel comparto sanitario, tale principio rimane valido, ma a questo si aggiunge un altro più importante: la riduzione prioritaria dei rifiuti infetti o potenzialmente infetti con le sue ampie ricadute sui costi di smaltimento e sull’organizzazione interna alla struttura in termini anche di rischio patogeno. Tale riduzione presenta notevoli implicazioni in altre “raccolte differenziate”, in quanto ridurre i rifiuti “infetti” può significare promuovere alcuni conferimenti separati. Considerato che tra i materiali che spesso “inquinano” i rifiuti infetti vi sono contenitori in vetro non infetti (es. fleboclisi), promuovere la raccolta differenziata del vetro comporta ridurre le quantità di rifiuti infetti o potenzialmente infetti.

Per quanto riguarda il conferimento erroneo di materiali “estranei” tra gli “infetti”, occorre dire che esperienze comunitarie europee e nazionali riferite in letteratura, limitano l’effettiva consistenza produttiva degli “infetti” a 0,3 Kg/g per posto letto occupato. Tale valore è decisamente inferiore rispetto a quello riscontrato e solitamente assunto in ambito nazionale, pari quasi 1 Kg/g, anche se i termini non sono sempre esattamente confrontabili fra le diverse classificazioni nazionali, a causa della non del tutto coincidente normativa di classificazione.  

In riferimento ai valori medi di produzione di rifiuti, si considera auspicabile che nel prossimo futuro, sull’esempio di altre realtà nazionali, la Regione Campania emani provvedimenti rivolti alla definizione dei limiti massimi di produzione dei rifiuti infetti da parte delle strutture sanitarie presenti sul territorio.

In tale modo si otterrebbe un contenimento della frazione di rifiuto da trattare separatamente e un paritetico incremento di frazioni riciclabili.

Il mancato rispetto dei limiti di produzione previsti, dovrebbe essere soggetto a sanzioni, mentre il loro raggiungimento è possibile proprio tramite la raccolta differenziata, conferendo ciascun rifiuto esclusivamente nel contenitore cui è destinato con particolare attenzione per i rifiuti infetti o potenzialmente infetti. Per agevolare l’attuazione di tale raccolta differenziata, è utile che i reparti siano dotati di contenitori di colore differente (o comunque immediatamente riconoscibili) per ciascuna tipologia di rifiuto da raccogliere separatamente, muniti di etichetta ben visibile con l’indicazione della tipologia del rifiuto che dovranno contenere.  

Per quanto riguarda l’attuale situazione della raccolta differenziata, si osserva che questa purtroppo risulta attivata nelle strutture sanitarie solo da poco tempo ed in poche sedi, che vanno comunque incoraggiate e sostenute nella loro azione.

I principali materiali componenti i rifiuti sanitari che possono essere oggetto di raccolta differenziata sono: vetro, carta e cartone, residui alimentari, plastica, pile e batterie, Mercurio metallico.

La raccolta differenziata dei vari materiali non presenta di per sé difficoltà tecniche particolari, al di fuori della necessità di garantire uno sbocco sicuro e puntuale alle masse di scarti raccolte per evitare ripercussioni negative su tutta la struttura.

Dal punto di vista organizzativo, invece, i problemi sono numerosi e, nelle strutture più grandi, sono condizionati dalle eventuali difficoltà di “dialogo” tra il personale sanitario interno dei differenti reparti e le imprese di pulizia.

Un miglioramento dei risultati è auspicabile attivando corsi interni di sensibilizzazione del personale, oppure prevenendo la produzione di rifiuti tossici e nocivi come il Mercurio con materiali sostitutivi (vedi l’esempio di sostituzione degli apparecchi a Mercurio - termometri, sfigmomanometri - con altri equivalenti).

I principali materiali oggetto di raccolta differenziata sono:

 

a) rifiuti infetti taglienti e acuminati

Riprendendo quanto contenuto nel Decreto del Ministero della Sanità del 28 settembre 1990, Art. 2 “L’eliminazione degli aghi e degli altri oggetti taglienti, utilizzati nei confronti di qualsiasi paziente, deve avvenire con cautele idonee ad evitare punture e tagli accidentali. In particolare gli aghi, le lame di bisturi e gli altri strumenti acuminati o taglienti (monouso) non devono essere rimossi dalle siringhe o da altri supporti né in alcun modo manipolati, ma riposti per l’eliminazione in appositi contenitori resistenti alle punture”.

Le confezioni più adatte per raccogliere i rifiuti taglienti e appuntiti sono generalmente di volume tra 2 e 10 litri, realizzate con apposito materiale resistente (plastica o cartone), inoltre possono essere agevolmente riempite senza rischio di fuoriuscita del contenuto e sono dotate di chiusura ermetica. Se inserite direttamente nei contenitori “a perdere” per rifiuti infetti (generalmente fabbricati con cartone relativamente sottile), aghi, bisturi ecc. possono generare pericolose lacerazioni. Le apposite confezioni, una volta riempite e chiuse, vengono quindi inserite nei normali contenitori per rifiuti infetti o potenzialmente infetti.  

 

b) vetri

Sono considerati tutti i contenitori in vetro, ma in particolare i flaconi per soluzioni e infusioni (vuoti, privati di deflussori e aghi); il vetro raggiunge la considerevole quota di circa l’8% in peso rispetto al totale dei rifiuti sanitari, e, essendo utilizzato nell’ambito dell’attività terapeutica, viene spesso inserito inopportunamente nel contenitore del rifiuto infetto.

L’interesse per la raccolta differenziata del vetro è molteplice e di diversa natura. In primo luogo, tale raccolta può ridurre considerevolmente la quantità dei rifiuti infetti o potenzialmente infetti con conseguenti benefici economici e organizzativi. Il vetro inserito nei rifiuti infetti o potenzialmente infetti, inoltre, causa problemi seri in fase di smaltimento finale al forno inceneritore in quanto, ad alte temperature, fondendosi, produce agglomerati, che tendono a fissarsi alla parete del forno riducendone la durata. Un ulteriore motivo di interesse nei confronti della raccolta separata del vetro, è dovuto al beneficio ambientale in senso lato che deriva dal riutilizzo in vetreria del rottame vetroso di origine sanitaria, che, risultando ricco di vetro bianco, è particolarmente apprezzato dall’industria del settore. E’ necessario, per tale recupero, che il liquido contenuto nei flaconi di vetro, nonché i deflussori e gli aghi non siano conferiti insieme al vetro, ma vengano separati preventivamente.

 

c) pile e batterie

L’interesse per la raccolta differenziata delle pile e delle batterie è dovuto all’importanza di ridurre il notevole danno provocato all’ambiente (per l’apporto di metalli pesanti, soprattutto Mercurio, cadmio e piombo) quando queste vengono smaltite, insieme ai rifiuti urbani o ai rifiuti “infetti”, in discarica o in un forno di incenerimento.

Indicativamente, la produzione di pile e batterie esauste delle strutture sanitarie raggiunge la quantità di 2.500 Kg / anno in Campania e rappresenta lo 0,01 % del totale dei rifiuti di provenienza sanitaria. La raccolta differenziata di tali materiali, dopo qualche iniziale esitazione, sta affermandosi soprattutto nei maggiori ospedali, attraverso la fornitura di pile o batterie nuove in cambio di quelle esaurite; rimane difficile il collegamento con iniziative simili già organizzate dai comuni.  

 

d) carta e cartone

Stimando che il quantitativo prodotto di carta e cartone è pari ad almeno il 70% dei rifiuti derivanti dagli uffici e dalla pulizia, risulta che tale materiale raggiunge la ragguardevole quota del 25% rispetto al totale dei rifiuti sanitari. La carta e il cartone appartengono ai rifiuti speciali assimilabili agli urbani. La raccolta separata di tale materiale, pur non comportando benefici economicamente sensibili, alle strutture sanitarie, implica invece vantaggi ambientali dovuti al possibile riutilizzo del materiale e alla riduzione della quantità di rifiuti speciali assimilabili da smaltire.

Esistono comunque alcuni problemi da risolvere per ottenere una migliore organizzazione di tale raccolta. Per esempio, occorre limitare ogni presenza di materiale estraneo (pellicole o altro materiale plastico, graffette metalliche ecc.). Conviene inoltre tenere separata la carta dal cartone.

Limitando però la valutazione dei problemi al caso specifico della struttura sanitaria, appare soprattutto prioritario effettuare la raccolta differenziata riducendo al minimo le ricadute negative sulla struttura stessa, ovvero:

  • il problema di maggiore o minore richiesta di mercato non deve ripercuotersi in alcun modo sulla struttura sanitaria, ma deve essere risolto all’interno della impresa raccoglitrice (Azienda Municipalizzata, Azienda Consortile, ditta privata ecc.) che assicurerà comunque il puntuale ritiro;

  • è bene che all’inizio la raccolta della carta e cartone si limiti alle tipologie più facilmente raccoglibili (per esempio: cartone da imballaggio, giornali e riviste, carta bianca da ufficio), rimandando l’eventuale estensione dell’operazione ad una fase successiva.

e) Mercurio

Il Mercurio allo stato metallico, è prodotto in quantità modesta come rifiuto (principalmente derivante dalla rottura di termometri e di sfigmomanometri); ciononostante, è da considerare tra i rifiuti da raccogliere in modo separato a causa della sua elevata tossicità, che si manifesta sia nell’ipotesi di smaltimento in discarica, sia soprattutto nell’ipotesi di incenerimento a causa della formazione di vapori o composti volatili difficilmente trattenibili nel lavaggio fumi.

E’ necessario ricordare che anche il contenuto di un solo termometro a Mercurio, sparso nell’ambiente, può inquinare un’area considerevole di terreno agricolo.

Non risultano in letteratura dati relativi alla produzione di Mercurio come rifiuto delle strutture sanitarie; esiste comunque la convinzione che, almeno nelle strutture più grandi, tale produzione possa raggiungere qualche ettogrammo se non qualche chilogrammo all’anno.

Inoltre, è da considerare che la raccolta separata del Mercurio non dovrebbe comportare grandi difficoltà, ad eccezione del problema non irrilevante della sensibilizzazione del personale.

L’organizzazione della raccolta separata di questo particolare rifiuto potrebbe ispirarsi a quella oramai collaudata delle pile e batterie, ossia sfruttando l’occasione del ritiro del nuovo materiale per ottenere in cambio quello non più utilizzabile.

L’estrazione del Mercurio metallico dalle apparecchiature rotte non comporta difficoltà, dato l’elevato peso specifico e lo stato fluido a temperatura ambiente di questo elemento. Anche il suo riciclo non solleva seri problemi, dato l’elevato valore economico, la possibilità di riutilizzo del liquido metallico in nuovi cicli di produzione e l’esistenza di impianti autorizzati al recupero.  

f) rifiuti alimentari

I rifiuti di cucina prodotti nelle strutture sanitarie regionali, insieme con i residui dei pasti provenienti da reparti per degenti non infettivi ammontano globalmente a 230 tonnellate all’anno, il 60% delle quali sono rappresentate dalla frazione organica putrescibile.

Rispetto al totale dei rifiuti di provenienza sanitaria, i residui alimentari rappresentano la rilevante quota del 15%. Rispetto invece ai rifiuti assimilabili agli urbani, dei quali fanno parte, rappresentano circa il 25%.

Grazie al fatto che sono costituiti prevalentemente da materiale organico putrescibile, i residui alimentari possono essere vantaggiosamente recuperati come materia prima nella produzione di composti di qualità per uso agricolo.  

  

g) plastica

I materiali in plastica utilizzati all’interno di una struttura sanitaria sono svariatissimi e vanno dalle protesi ai contenitori, dalle cannule alle bottiglie d’acqua minerale. Non è dunque possibile separare tutto il materiale plastico, anche perché parte di esso, infetto o potenzialmente infetto, deve essere incenerito o efficacemente sterilizzato.

Può comunque risultare utile attivare la raccolta differenziata in particolare per le tipologie di rifiuto plastico omogeneo e non “infetto”, la cui produzione raggiunge particolari ingombri rispetto ai rifiuti speciali assimilabili (es.: bicchieri e bottiglie per bevande).

 

I Comuni, oltre a essere tenuti a raccogliere i rifiuti sanitari assimilabili agli urbani, sono anche obbligati a ritirare i rifiuti provenienti dalla raccolta differenziata effettuata presso le strutture sanitarie.

L’ottemperanza da parte dei comuni di quanto stabilito, potrà migliorare notevolmente l’organizzazione della raccolta differenziata nelle strutture sanitarie, che attualmente assolvono ai loro impegni con particolare difficoltà. Modalità e frequenza della raccolta devono essere concordate tra la struttura sanitaria e l’Ente titolare del servizio.

 

Clicca per visualizzare Tab. 4.5.8 - produzione di rifiuti sanitari sul Territorio

 

La tabella sopra riportata riassume le produzioni di rifiuti urbani di provenienza sanitaria e di rifiuti speciali delle diverse strutture operanti sul territorio provinciale. Le produzioni totali sono state ottenute moltiplicando il numero dei posti letto per le relative produttività; le produzioni effettive sono state ricavate assumendo un’occupazione dei posti letto pari al 70% della disponibilità (secondo dati dell’Istituto Superiore della Sanità).

 

Clicca per visualizzare Tab. 4.5.9 - composizione dei rifiuti ospedalieri

La tabella precedente illustra le produzioni previste per alcune frazioni di provenienza sanitaria, destinate a raccolta differenziata e riporta nuovamente la produzione totale di rifiuti.

 

Impatto dei rifiuti sulla salute pubblica

La particolarità dell’ambiente in cui si opera, e le relative esigenze di igienicità richieste e da ottenere esigono la massima cura per quanto riguarda la corretta gestione del problema rifiuti ospedalieri e dei connessi rischi igienico-sanitari che riguardano sia i pazienti che il personale addetto.

Le categorie di persone potenzialmente soggette a rischio sono essenzialmente le seguenti:

  • pazienti e personale delle strutture sanitarie;

  • personale di enti a servizio delle strutture sanitarie (lavanderie, aziende di gestione dei servizi di raccolta, trasporto e smaltimento, imprese di pulizia)

  • pazienti e personale addetto all’assistenza domiciliare

 

Proprio i pazienti, a causa delle loro condizioni patologiche di particolare vulnerabilità possono essere più facilmente soggetti alle aggressioni microbiche e ad altri agenti dannosi, come per esempio pazienti immunodeficienti, soggetti ad emorragie o a disfunzioni della coagulazione, pazienti sotto dialisi, tossico-dipendenti o soggetti a forte consumo di farmaci.

La necessità di igiene nell’ospedale costituisce infatti uno strumento di difesa sia nei confronti delle tradizionali malattie infettive sia a proposito delle infezioni ospedaliere che possono essere determinate da alcuni microorganismi presenti nell’ambiente che pur essendo abitualmente ospiti innocui dell’uomo e dell’ambiente, possono diventare pericolosi o determinare infezioni ad effetto patologico quando vengono a trovarsi in particolari condizioni favorevoli, ai danni di pazienti dotati di scarsa capacità di difesa immunitaria.

Potenzialmente a rischio è anche la categoria degli operatori che manipolano i rifiuti i quali possono trovarsi, per esempio, a dover maneggiare oggetti intrisi di sangue, oppure per il personale addetto alle pulizie ed alla manutenzione che possono essere esposti al rischio derivante dalla eventuale presenza nei rifiuti di aghi e siringhe che non siano stati raccolti separatamente ed imballati per lo smaltimento.

Sarà pertanto necessario adottare durante la fase di manipolazione dei rifiuti tutti quegli accorgimenti tendenti a salvaguardare la salute degli operatori provvedendo per esempio a fornire il personale stesso di adeguata attrezzatura e vestiario protettivo, adottando contenitori di raccolta a chiusura ermetica con il preciso scopo di perseguire le migliori condizioni di igiene e praticità.

 

Impatto dei rifiuti sull’ambiente

Per quanto concerne le categorie ambientali potenzialmente interessate dallo smaltimento dei rifiuti ospedalieri è necessario intervenire sugli inquinanti alla fonte, provvedendo per esempio alla raccolta differenziata all’interno dei luoghi di produzione semplificando la gestione del problema, realizzando per quanto possibile il riciclaggio.

Nell’ambito dei rifiuti ospedalieri, i rifiuti radioattivi saranno raccolti isolatamente ed il loro smaltimento speciale sarà rigorosamente aderente alle normative internazionali.

Tali rifiuti possono essere proficuamente trattati dalla ditta Ecom srl.

   

   

4.5.7 Rifiuti inerti domestici

 

Negli ultimi anni si sta sviluppando, sia a livello europeo che a livello italiano, un notevole interesse per veri e propri impianti di riutilizzo degli inerti in grado di trattare prioritariamente rifiuti di demolizione per produrre materiali riutilizzabili nell’edilizia od in altre opere costruttive. Le principali motivazioni che hanno portato ad un interesse per questi impianti sono le seguenti:

  • la sempre maggiore difficoltà di reperire nuovi siti anche per discariche di tipo 2A, benché il loro impatto ambientale sia molto minore di quello riscontrabile per le altre tipologie di discariche;

  • una concezione pianificatoria nell’ambito dell’attività estrattiva molto più rigorosa rispetto a quella degli anni passati, con l’obbligo del ripristino ambientale a fine attività e severe procedure autorizzative per l’apertura di nuove cave; tutto ciò ha portato ad un aumento dei prezzi dei materiali di estrazione da cava rendendo maggiormente competitivo il costo dei materiali riciclati;

  • una nuova filosofia pianificatoria dello smaltimento dei rifiuti che privilegia il riutilizzo sulla base di una valutazione ambientale complessiva delle tecnologie di riciclaggio rispetto alle tecnologie produttive del materiale considerato; nel caso degli inerti l’incremento del riutilizzo significa una diminuzione della necessità di nuove cave, con vantaggi ambientali indiscutibili.

Il riutilizzo diretto può essere realizzato solo per gli inerti compresi nella normativa sui residui che prevede sempre delle operazioni di macinazione e di preselezione con separazione, ad esempio, dei rottami ferrosi e degli isolanti.

Gli impianti di riutilizzo di materiali da demolizione, in particolare quelli che hanno trovato sviluppo negli ultimi anni, sono in grado di fornire una serie di sottoprodotti che, almeno in alcune applicazioni, possono sostituire egregiamente il materiale vergine. In particolare anche in Italia sono state studiate interessanti tecnologie che hanno tenuto presenti, oltre agli obiettivi fondamentali, anche numerosi aspetti collaterali (come il controllo della qualità dei materiali in ingresso ed in uscita, l’abbattimento delle polveri e la sicurezza dei lavoratori) che le rendono ancora più competitive.

Tutte le tecnologie, italiane e straniere, prevedono negli schemi di funzionamento alcune operazioni fondamentali, e cioè: separazione iniziale, manuale e meccanica, delle impurità e dei materiali non idonei; frantumazione, deferrizzazione e recupero ferrosi; separazione, meccanica o manuale, dei materiali leggeri (legno, carta, plastica); eventuale frantumazione secondaria.

La scelta se attivare o meno in una determinata area un impianto di riutilizzo deve derivare da un vero e proprio studio progettuale che tenga presenti: la produzione e la composizione di rifiuti da demolizione; la determinazione della domanda e della disponibilità di materiale inerte naturale, una attenta analisi costi-benefici che tenga conto anche degli aspetti ambientali.

Nonostante le possibilità di smaltimento e di riutilizzo indicate, si deve far rilevare come siano piuttosto frequenti i casi di abbandono indiscriminato di questa tipologia di rifiuti lungo le scarpate stradali od in luoghi comunque non autorizzati.

L’utilizzo finale di questi materiali, oltre alla ricopertura finale di discariche, può essere la realizzazione di terrapieni o di sottofondazioni stradali o ancora il recupero di aree da risanare.

La produzione complessiva provinciale di rifiuti inerti domestici ammonta a circa 100.000 tonnellate all’anno.

 

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